BOLOGNA, 24 FEBBRAIO – L’occupazione femminile in Emilia-Romagna, le azioni condotte dalla Regione per contrastare le discriminazioni in questo ambito e le opportunità che si aprono dopo la firma, il 30 novembre scorso, del “Patto per la crescita intelligente, sostenibile e inclusiva”: sono gli argomenti affrontati nella seduta della commissione regionale per la promozione di condizioni di parità tra donne e uomini, che ha coinvolto l’assessore alle Attività produttive, Giancarlo Muzzarelli, affiancato da un funzionario dell’assessorato alla Scuola, formazione professionale, università e lavoro.

Scopo di questi incontri, ha spiegato la presidente della commissione, Roberta Mori, è sviluppare un percorso di approfondimento finalizzato a iniziative legislative; lo sforzo da compiere è quello di leggere le singole questioni attraverso la lente d’ingrandimento del genere e delle discriminazioni, affinando le categorie di analisi e gli strumenti di intervento concreto.

LA STATISTICA – Ecco alcuni dati portati all’attenzione della commissione. Nel 2011, in Emilia-Romagna era occupato il 76% degli uomini e il 60,7% delle donne (68,3% di media complessiva, seconda posizione in Italia); rispetto al 2008 è avvenuto un calo di circa il 2% sia nella media che nella presenza femminile. Fra le tipologie contrattuali, le donne sono molto più “precarie” (17,1% di contratti non a tempo pieno e indeterminato, rispetto al 10,3% degli uomini); ciò fa ritenere che l’utilizzo del part-time da parte delle donne – massimo all’interno della fascia d’età 35-44 anni – non sia una scelta, ma derivi dall’impossibilità di conciliare un lavoro a tempo pieno con le responsabilità familiari. Quanto al reddito, nel settore del lavoro dipendente le donne guadagnano il 25% in meno degli uomini, mentre nel lavoro autonomo il gap reddituale sale a oltre il 30%.

La Regione ha assunto varie modalità di iniziativa per contrastare le discriminazioni e favorire al’accesso al lavoro delle donne. Per esempio, tramite contributi alle imprese disponibili ad assumere mono-genitori con figli a carico; oppure, dal 2008, per incentivare la stabilizzazione dei contratti a tempo determinato; inoltre, sta riprendendo un programma di rétravailler, per il reinserimento al lavoro di donne che da anni ne sono uscite per motivi familiari. È stata infine sottolineata la perdita di conoscenza sul fenomeno delle “dimissioni in bianco”, fatte firmare alle donne in vista di un’eventuale maternità, a seguito di provvedimenti di semplificazione burocratica, che andrebbero al più presto riconsiderati.

CS