OLANDA, 30 NOVEMBRE – Il suo nome è A/h5n1, meglio conosciuto come virus dell’aviaria: per un breve periodo questa sigla di numeri e lettere, ricalcando un copione già visto in passato (qualcuno ricorda l’epidemia dei cetrioli spagnoli?), divenne sinonimo di terrore e pericolo, di flagello invisibile pronto a minacciare il genere umano. Telegiornali e quotidiani di mezzo mondo non risparmiarono titoli catastrofistici e apocalittici innescando la miccia della “fobia mediatica” che sarebbe dilagata da lì a poco.

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La creazione di una variante letale dell’aviaria, modificata da un gruppo di ricercatori olandesi coordinato dal  virologo Ron Fouchier, è destinata sicuramente a far discutere e a rievocare paure del passato: uno dei primi effetti è stato sicuramente quello di fare esplodere una violenta polemica nella comunità scientifica. Da una parte vi sono coloro che denunciano l’azione dell’equipe ritenendola un gesto sconsiderato e potenzialmente pericoloso per il genere umano: rispetto al “ceppo base” il supervirus sarebbe infatti in grado di diffondersi ad una velocità impressionante e di colpire quasi la metà della popolazione mondiale. Dall’altra vi sono i ricercatori stessi e coloro che ne sostengono l’utilità ai fini di studiare al meglio i meccanismi di propagazione di un virus che, sino ad oggi, ha ucciso più di 500 persone nel mondo.

Un secondo punto dell’acceso dibattito riguarda infine se sia lecita o no la pubblicazione dei risultati dello studio: secondo il team olandese, contrario alla divulgazione dei dati, ciò metterebbe a disposizione di eventuali terroristi una pericolosissima arma biologica. E la mente non può non correre alla sconfinata produzione su grande e piccolo schermo dedicata alle armi batteriologiche e alle epidemie mortali: che sia ormai prossima la trasposizione nella realtà di tale inflazionato genere cinematografico? Ne dubitiamo. Nonostante ciò occorre prestare la massima attenzione: quando l’uomo cerca di sostituirsi alla natura i rischi sono quasi sempre dietro l’angolo.

Gianluca Francesco Pisutu