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CAIRO, 25 NOVEMBRE L’Egitto del dopo Moubarak non sembra tanto differente dal passato. La giunta militare e l’attuale leader del Paese Hussein Tantawi (ex ministro della Difesa) continuano a non convincere la piazza che lo scorso sabato ha ripreso a manifestare: la nuova ondata di dissenso sarebbe stata provocata dalla costruzione di alcune barricate nei pressi di piazza Tahrir, il simbolo dell’opposizione al regime nel corso della “primavera egiziana”.

Il bilancio delle vittime, nonostante la carenza di dati ufficiali, è pesante: sarebbero almeno 32 i decessi confermati (stima dell’agenzia di stampa Mena) e l’ultima giornata di scontri non avrebbe fatto altro che aggravare il conteggio con altre quattro morti; secondo alcune fonti queste ultime sarebbero decedute per asfissia – si parla d’ingenti quantità di “lacrimogeni letali” e proiettili di gomma sparati ad altezza d’uomo. Ad avvalorare le voci di corridoio è la testimonianza di Mohammed El Baradei, uno dei probabili candidati al ruolo di premier nelle prossime elezioni parlamentari di lunedì 28 novembre (le presidenziali a gennaio 2012), che ha denunciato su twitter la brutale risposta del regime ai manifestanti: «Gas lacrimogeni con agente nervino e munizioni vere vengono usati contro i civili a Piazza Tahrir. E’ in corso un massacro». Il ministro della Salute e la giunta militare hanno immediatamente smentito le accuse.

In mezzo alla confusa sovrapposizione di vicende e avvenimenti, le prime elezioni liberali post-Moubarak forniranno probabilmente non trascurabili indicazioni sull’incerto futuro del Paese: il partito che trionferà ai seggi infatti – si va dai cristiani ai salafiti, dai liberali ai Fratelli Musulmani con molteplici scenari ipotizzabili – ridefinirà non solo i nuovi equilibri dell’Egitto ma anche quelli di buona parte dell’area Medio Orientale.

Gianluca Francesco Pisutu