Su 2500 volontari che hanno dato il proprio profilo genetico, risulta dagli esami che l’assassino è un loro parente. Sono dieci le persone su cui gli inquirenti concentrano le indagini per trovare l’assassino di Yara Gambirasio, la tredicenne di Brembate di Sopra scomparsa esattamente un anno fa. La ragazza scomparve alle 18.50 del 26 novembre, all’uscita della palestra vicino casa.

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BERGAMO, 21 NOVEMBRE – La svolta tanto attesa sull’assassino di Yara potrebbe essere vicina. Tutto è ancora da definire, poiché i dieci profili genetici, tutti bergamaschi, sui cui stanno lavorando carabinieri e polizia di Bergamo non sono i diretti sospettati. Infatti, ciò che rende importante i risultati sono la familiarità del loro Dna con quello di chi ha ucciso e strappato via alla sua famiglia la ragazzina sorridente, promessa della ginnastica artistica.

Era la sera del 26 novembre, quando Yara sparì nel nulla dopo essere uscita dalla palestra dopo un allenamento. Tre mesi dopo fu trovato, in un campo a dieci chilometri da casa, il suo corpo straziato.

Le indagini svolte dalle autorità competenti, dal Questore di Bergamo al Pm Letizia Ruggeri e all’anatomopatologa Cristina Cattaneo, si sono basate su quanto rinvenuto sugli slip, su un guanto e sui pantaloni della ragazzina.

Gli stessi inquirenti mantengono il più assoluto riserbo sull’identità delle persone trattate, chiarendo che “Consci di essere giunti a una fase delicata delle indagini, preferiamo non spingerci oltre”. Un lavoro particolarmente lungo e complesso quello dei 2.500 Dna dei volontari analizzati.

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La familiarità della mappatura genetica dei dieci Dna presi in considerazione, con quello del potenziale killer, porta gli inquirenti a ipotizzare che possa essere un loro parente. L’indiscrezione è stata rivelata dal quotidiano “La Stampa”, e l’identikit del killer della tredicenne corrisponderebbe a un uomo del nord dell’Italia.

“Abbiamo bisogno di un po’ di fortuna. Mi creda, da un anno non facciamo altro che impegnarci su questo caso. Yara è divenuta anche per noi quasi una figlia, che non avremmo mai voluto perdere”, sono le parole di un investigatore, che invita al rispetto delle indagini e della famiglia Gambirasio, perché la vicenda è indubbiamente intricata e molto complessa, e sarebbe scorretto creare false aspettative.

Sin dalle prime ore dalla scomparsa di Yara, gli inquirenti si concentrarono sul cantiere di Mapello, dove il fiuto dei cani molecolari sentì le tracce di polvere rinvenute nei polmoni della ragazzina. E sempre nel cantiere edile gli inquirenti riconducono all’arma del delitto, il taglierino da piastrellista. Inoltre, uno degli ultimi segnali emessi dal cellulare di Yara “agganciava” la cella telefonica di Mapello.

Al cantiere di Mapello lavorava anche Mohammed Fikri, il primo da essere stato accusato e arrestato per la scomparsa della tredicenne, per poi essere rilasciato poco dopo per un errore nella traduzione di un’intercettazione telefonica.

Ma la polvere ritrovata sul corpo di Yara appartiene a quella di Mapello oppure a un altro cantiere della zona?

Tanti i dubbi intorno alla triste vicenda, come anche il ritrovamento del cadavere e la causa della morte: Yara non sarebbe morta per le ferite inflittegli dal suo assassino, probabilmente in un tentativo di violenza sessuale, ma per la lenta agonia dovuta la gelo e al freddo.

Inconsolabile è il dolore dei genitori di Yara, Maura e Fulvio Gambirasio. “La loro ferita è ancora troppo dolorosa”, dichiara Diego Locatelli, sindaco di Brembate. Sabato 26 novembre la palestra della scuola delle Suore Orsoline di Somasca, a Bergamo, la stessa frequentata dalla tredicenne ginnasta, sarà dedicata alla loro figlia.

Ma una piccola soddisfazione gli inquirenti pensano di averla ottenuta.  Grazie ai sofisticati sistemi di analisi scientifica, sono riusciti a circostanziare le prove. La mappatura dei dieci Dna analizzati e considerati preziosi per la svolta delle indagini rappresenta un passo avanti nella risoluzione del caso.

Sabrina Brandone