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ROMA, 15 NOVEMBRE . Essere arrestato e morire tre giorni dopo senza un apparente motivo. È ciò che è successo ad un trentasettenne di Roma, Cristian De Cupis, qualche giorno fa.

Il 9 novembre era stato arrestato nei pressi della stazione Termini di Roma, da una pattuglia della Polizia Ferroviaria, per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale. Da qui il trasporto all’ospedale Santo Spirito, a causa di alcune escoriazioni riportate, perchè si sa, che nel far resistenza ad altre persone, si è soliti autolesionarsi. In ospedale Cristian avrebbe riferito ai medici di essere stato percosso dagli agenti che lo hanno arrestato, e per questo avrebbe anche sporto denuncia. La copia di questa denuncia non è ancora spuntata fuori, potrebbe essersi trattato anche solo di una denuncia verbale.

La mattina dopo, giovedì 10 novembre, l’uomo viene trasferito in ambulanza e scortato dalla polizia nella struttura protetta dell’ospedale Belcolle di Viterbo, un centro abbastanza attrezzato per casi come il suo. Venerdì 11 viene sottoposto a tutti gli esami di rito compresa una tac. E’ lo stesso giorno in cui un giudice lo viene a interrogare in ospedale, ne convalida l’arresto e gli concede i domiciliari, appena dimesso può tornare a casa. Ma il passaggio è decisivo: cosa ha raccontato Cristian durante questo interrogatorio?

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La mattina successiva il giovane muore. E cosa peggiore i familiari sarebbero stati avvertiti dell’arresto solo dopo l’avvenuto decesso. A chi lo ha incontrato nei giorni del ricovero l’uomo era parso a tratti agitato e a tratti lucido, comunque non in condizioni che potessero far immaginare una morte repentina.

Voleva cambiare vita e uscire da quel vortice di brutta vita e droga che lo aveva inghiottito tanto tempo fa, a conferma di ciò, la circostanza che l’uomo, solo due giorni prima dell’arresto, si era rivolto ad una struttura di orientamento per detenuti per cercare un lavoro. Ora si attendono i risultati della autopsia, nella quale però non è stato accettato un medico legale proposto dalla famiglia, ma solo uno direttamente dalla procura.

Un caso pieno di ombre. Una morte che lascia un vuoto ad una famiglia, che spezza la vita ad un giovane, che pur colpevole di aver posto resistenza o di aver vissuto in maniera non del tutto corretta, non meritava certamente di morire, o ancor più grave, non meritava di morire in questo modo, forse per mano, e mi auguro di no, di alcuni improvvisati giustizieri nei giorni nostri. E subito il riferimento va ad un altro caso, quello del giovane Stefano Cucchi ucciso nel 2009, anch’egli senza un motivo. Entrambi vittime di un sistema a tratti sbagliati e certamente aggressivo.

Alessandra Scarciglia