AVETRANA, 12 NOVEMBRE – Nell’aula Alessandrini del Palazzo di giustizia, a porte chiuse, l’undicesima udienza nel corso della quale la procura ha confermato le tesi accusatorie, chiedendo che il gup si opponga alle richieste di scarcerazione depositate dai legali di madre e figlia, accusate dell’assassinio di Sarah Scazzi.

Naturalmente nuovi elementi si sommano a quelli già presenti di uno dei casi mediatici che più ha fatto parlare in questi ultimi anni. In primo luogo, da una telefonata tra mamma Cosima e la figlia Sabrina proprio la notte del ritrovamento del corpo di Sarah, sarebbe emerso una particolare predisposizione della prima ad indicare contrada Mosca come possibile zona del ritrovamento. Ma come faceva già a sapere proprio la zona in cui in un pozzo era stato buttato il cadavere? Alle autorità insospettisce e turba.

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Intanto Cosima dal canto suo avrebbe dichiarato in merito all’ipotesi di un possibile plagio nei confronti di suo marito Michele, autoaccusato dell’omicidio, attualmente solo incolpato di occultamento di cadavere, in concorso con moglie e figlia: “Non ho mai cercato di suggerire a Michele cosa dire ai giudici, i colloqui in carcere erano spontanei”. Ma nonostante queste brevi e spontanee dichiarazioni i dubbi rimangono ancora senza alcuna risposta, destando incertezze tra gli investigatori. La donna, inoltre, avrebbe ribadito che il marito, nei mesi precedenti al delitto, avrebbe più volte tentato di aggredirla per contrasti familiari.

Per rimanere in tema di notizie che riguardano la donna, la macchia trovata nella sua auto, analizzata dalla scientifica ed inizialmente attribuita alla quindicenne, non apparterrebbe alla giovane.  E’ questo l’esito della perizia che il gup di Taranto aveva affidato tramite incidente probatorio alla biologa della terza sezione del dipartimento investigativo della polizia scientifica di Roma. Inoltre nessuna traccia utile per le indagini sulle tre corde esaminate (due trovate nell’auto di Michele, una in quella di Cosima) e sulle decine di cinture sequestrate a casa Misseri, segno che la presunta arma del delitto è stata fatta sparire e comunque non era quella indicata da Michele Misseri nelle sue innumerevoli ricostruzioni del delitto, a conferma, ancora una volta, che in questa inchiesta poco o nullo è stato l’apporto degli accertamenti scientifici.

Infine non poteva mancare il capitolo intercettazioni anche in questi ultimi episodi, infatti, in un’intercettazione di un colloquio, parte del quale in dialetto, tra Michele Misseri e una nipote, risalente all’8 novembre 2010, l’agricoltore di Avetrana confesserebbe alla parente di aver soppresso il cadavere di Sarah Scazzi ma non di averla uccisa, e di aver detto il contrario nella sua prima confessione per coprire la figlia Sabrina.

L’intercettazione è stata citata dai pm nelle repliche odierne in udienza preliminare e ne è stata depositata la trascrizione integrale. Nello stesso colloquio Misseri avrebbe aggiunto che quel 26 agosto 2010, il giorno del delitto, avrebbe voluto chiamare i carabinieri, ma invece lui e i suoi familiari decisero di fare i furbi che solitamente finiscono «fiacchi», che in dialetto locale significherebbe «fanno una brutta fine». Ma una brutta fine a quanto pare è stata fatta proprio dalla sua famiglia, che attualmente vede due donne in carcere, da lui che palleggia, dichiara e ritrae la verità, dalla piccola Sarah che ormai non c’è più e dalla giustizia che non fa altro che rimandare verdetti rimanendo incompiuta.

Alessandra Scarciglia