BOLOGNA, 10 NOVEMBRE – Non voleva morire Jerry, il cane sepolto dal suo stesso padrone sotto cinquanta centimetri di terra e mattoni. No, non voleva e l’ha dimostrato bene ai suoi soccorritori, la Polizia Locale di Desenzano sul Garda, avvisata da una coppia di ragazzi che si trovava sul luogo per  una passeggiata e poi attirata dai lamenti del cane: dopo poche ore dal salvataggio e una ciotola d’acqua, dopo quaranta ore passate in un’agonia degna di un racconto di Poe, si è retto sulle zampe anteriori.

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Il padrone, rintracciato in breve tempo, ha spergiurato che quando l’ha sepolto il cane era morto: risorto dunque? Noi che non crediamo ai miracoli ma agli atti concreti degli uomini ci domandiamo: perché, se era morto, ha messo una benda sugli occhi del cane come prova il filmato registrato dagli stessi agenti? Temeva forse di incontrare lo sguardo vitreo della morte o quello ancora animato del fedele compagno? Se era veramente in buona fede, perché non ha chiamato un veterinario che ne constatasse la morte e, come obbliga la legge, inviasse il certificato all’anagrafe canina che deve provvedere a registrarla secondo i nuovi criteri del micro-cip? Per legge i cani si possono seppellire nel proprio giardino privato (se non sono morti di malattia infettiva) oppure vanno mandati tramite il veterinario all’inceneritore.

Forse l’unico vero miracolo di questa vicenda è la forza di vita con cui Jerry ha combattuto per la sua, costringendoci a riflettere sulla cosiddetta umanità.

Alessandra Carloni