MILANO, 10 NOVEMBRE – Un libro senza peli sulla lingua. Di cosa stiamo parlando l’autobiografia del campione svedese, attualmente rossonero Ibrahimovic. Il libro, in uscita domani, è una storia ricca di particolari, dall’infanzia alla vita privata, dai campi agli spogliatoi. Un’avventura raccontata in ben 396 pagine, che hanno il compito forse, di spiegare i motivi per cui in molte occasioni è stato giudicato come un cattivo ragazzo, i capricci e i ricatti adoperati per passare da una squadra all’altra. Un’infanzia difficile segnata senza dubbio dall’alcolismo del padre, dall’arresto per ricettazione della madre, dalla tossicodipendenza della sorella. Un’infanzia triste, solitaria, povera, un’infanzia segnata anche da piccoli furti, tante le biciclette “prese in prestito”  per andarsi ad allenare. Un bambino che come unico amico aveva un pallone.

[ad#Google Adsense][ad#Juice Overlay]

Non solo un libro di sport dunque, ma un viaggio a ritroso nel dolore di un bambino  prima e di un adolescente difficile poi, che ha dovuto affrontare abbandoni e disagi sociali, le assistenti sociali e soprattutto la mancanza di amore. Forse proprio in questi segni indelebili va ricercata la matrice per capire tutto il resto, per comprendere atteggiamenti e comportamenti di un uomo che oggi avrà anche superato, ma che mai potrà dimenticare. Un egocentrismo, non solo calcistico, nato dal voler essere migliore degli altri, dal voler mettersi in evidenza, voler avere una rivincita, un riscatto. E ce l’ha fatta. Da ragazzo che viveva in un povero sobborgo svedese a campione indiscusso. Indiscusso il suo talento, ma che certamente ha fatto discutere per i suoi modi, per le sue liti, per le risse.

La biografia di Zlatan Ibrahimovic è impietosa e aspra, piena di spigoli proprio come lui. Ha raccontato episodi, come il suo incontro con Moggi: Io e Mino Raiola riuscimmo a incontrare Moggi in segreto una mezz’ora a Montecarlo, durante il Gran Premio di Monaco di Formula Uno, suppongo fosse lì per affari. Dovevamo vederci in una saletta vip dell’aeroporto, ma c’era un traffico pazzesco e non riuscivamo ad avanzare con la macchina. Fummo costretti a scendere e a correre, e Mino non si può definire un grande atleta. È un ciccione. Ansimava ed era fradicio di sudore. Non si era certo fatto bello per l’incontro: indossava degli shorts hawaiani, una maglietta Nike e scarpe da jogging senza calze, e ormai era completamente zuppo. Arrivammo nella famosa saletta vip dell’aeroporto e lì dentro c’era fumo dappertutto. Luciano Moggi, in un completo elegantissimo, era alle prese con un grosso sigaro; si capiva subito che era un individuo di potere. Era abituato che la gente facesse come diceva lui. Fissò Mino: «Ma come ti sei conciato?». «Sei qui per dare consigli di stile o per parlare di affari?» sibilò Mino di rimando, e fu lì che tutto cominciò”.

E molta riconoscenza nei suoi confronti, lo difende e afferma che Calciopoli è tutta una bufala, una gran invenzione mediatica per distruggere una grande squadra. “Come sempre, quando qualcuno domina, altri vogliono tirarlo nel fango, e non mi stupiva affatto che le accuse venissero fuori quando stavamo per vincere di nuovo il campionato. Stavamo per portare a casa il secondo scudetto consecutivo quando scoppiò lo scandalo, e la situazione era grigia, lo capimmo subito. I media trattavano la faccenda come una guerra mondiale. Ma erano balle, almeno per la gran parte. Arbitri che ci favorivano? Ma andiamo! Avevamo lottato duramente, là in campo. Avevamo rischiato le nostre gambe, e senza avere nessun aiuto dagli arbitri, queste sono cazzate! Io dalla mia parte non li ho avuti proprio mai, detto in tutta franchezza. Sono troppo grosso. Se uno mi viene addosso io rimango fermo, ma se finisco io addosso a qualcuno quello fa un volo di quattro metri. […]Non sono mai stato amico degli arbitri, nessuno della nostra squadra lo era. No, no, eravamo semplicemente i migliori e ci dovevano affondare, ecco la verità. Ma non diversi sono i suoi racconti sull’Inter, sulla sua smania di cambiare la squadra, di divenire subito un leader, di rompere quei gruppetti esistenti nella squadra che ledevano anche il rendimento in campo: La vera sfida era rompere quei cazzo di gruppetti. Li odiai fin dal primo giorno, e non dipendeva soltanto dal fatto che io venivo da Rosengård, dove ci si mischiava senza problemi: turchi, somali, jugoslavi, arabi. Era anche perché l’avevo visto già molto chiaramente, sia alla Juventus sia all’Ajax: tutte le squadre rendono molto meglio quando fra i giocatori c’è coesione. All’Inter era l’opposto. Là in un angolo stavano seduti i brasiliani; gli argentini stavano in un altro e tutti gli altri in un terzo. Era una cazzata. Così considerai come mio primo grande test da leader porre fine a quella situazione. Andavo in giro e dicevo: «Cos’è questa storia? Perché state lì seduti tra di voi come dei bambini?». Quelle barriere invisibili erano troppo nette. Perciò andai nuovamente da Moratti, e fui più chiaro possibile. L’Inter non vinceva il campionato da secoli. Volevamo andare avanti così? Dovevamo essere dei perdenti solo perché la gente non aveva voglia di parlarsi? «Ovviamente no» disse Moratti. «Ma allora bisogna rompere questi dannati clan. Non possiamo vincere se lo spogliatoio non è unito»”.

Ma anche un libro di ritratti delle persone che nel bene, o nel male sono state importanti nella sua vita. Capello è glaciale, ma solo con lui si comincia a crescere. Guardiola è perbene, ma falso. Mourinho è un divo, ma pieno di passione, segue tutto dei suoi ragazzi, sa farsi amare perché ama. E Maxwell è un vero amico. E Beenhakker un pallone gonfiato. Guardiola vigliacco meditabondo, falso. E Ronaldo il mito assoluto. E Van Basten un modello. E Mancini un fighetto di sostanza. E Cassano e la sua altrettanto storia difficile, la sua amicizia e professionalità.  Ed infine Helena, la moglie manager, undici anni in più di Ibra e parecchio sale in zucca. Prima di innamorarsi e sposarlo lo ha accudito, lo ha protetto: i bambini non amati ne hanno bisogno. E proprio ai bambini che il libro è dedicato, ai bambini che si sentono strani e diversi, ai bambini come lui.

Alessandra Scarciglia