BOLOGNA, 28 OTTOBRE – Il bilancio delle vittime del terremoto che ha colpito domenica l’est della Turchia è salito a 570, mentre i feriti sono 2.555. Lo ha reso noto oggi la Protezione civile turca, aggiungendo che 187 persone sono state estratte vive dalle macerie delle case crollate, tra cui un ragazzino di 13 anni, rimasto sepolto vivo per 108 ore.

A salvarlo, questa notte, le squadre di soccorso che continuano a lavorare ininterrottamente  nonostante la pioggia e la neve che da giorni rendono difficili le operazioni e ostacolano l’uso di equipaggiamenti elettrici.

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l’Agenzia Onu per i rifugiati (l’Unhcr)  sta lanciando un ponte aereo per portare tende, coperte e viveri di prima necessità alle migliaia di persone rimaste senza casa in Turchia.

In serata, il primo dei quattro aerei messi a disposizione, atterrerà a Erzurum con un carico di 37 tonnellate di generi di conforto provenienti dal deposito di Dubai. I beni verranno trasportati su camion fino alla città di Van per la distribuzione. “In ogni volo ci saranno circa 500 tende e 10.000 coperte”, riferisce Adrian Edwards, portavoce dell’alto commissario Onu per i rifugiati.

Mancano cibo e acqua potabile, e le condizioni di vita dei sopravvissuti al terremoto sono durissime. L’inverno è arrivato nella zona colpita, nel sud est del Paese, e molti sono costretti a dormire all’aperto. “Qui si stanno ammalando tutti. Abbiamo aspettato in coda quattro giorni e ancora nulla. Quando è arrivato il nostro turno ci hanno detto che era tutto finito” racconta una donna.

E mentre la prima neve inizia a scendere, aumentano le sofferenze dei sopravvissuti e degli sfollati:il rischio di ipotermia dei sepolti vivi è quasi una drammatica certezza.

Il brusco abbassamento delle temperature dopo le piogge gelide, attorno al lago di Van, 1.750 metri di altitudine, ha portato la neve causando altri disagi all’ormai imprecisato numero di senzatetto dopo il crollo di almeno 3000 edifici.

La tragedia che ha colpito la Turchia ha fatto scattare la solidarietà anche di paesi come Israele e Armenia, con cui la Turchia e’ in pessimi rapporti. In lite con Ankara per questioni geopolitiche, i loro rapporti sono interrotti da anni a causa del rifiuto turco di riconoscere il genocidio armeno, continuando a mantenere i confini sigillati. nonostante ciò sta inviando 40 tonnellate di tende e coperte. Un’offerta di aiuto e’ venuta anche dal rivale sull’Egeo, la Grecia.

Dopo che la Turchia ha finalmente deciso di accettare il sostegno offerto da una trentina di Paesi, le Nazioni Unite hanno inviato migliaia di tende agli sfollati e anche la Russia ha inviato 37 tonnellate di aiuti umanitari.

Anche Israele si è fatto avanti nonostante la grave crisi diplomatica in atto, dopo che a settembre Ankara aveva espulso l’ambasciatore dello stato ebraico, visto il rifiuto di quest’ultimo di presentare le sue scuse ufficiali per l’uccisione, a maggio 2010, di nove cittadini turchi a bordo della nave umanitaria Mavi Marmara in rotta per Gaza, da parte della marina d’Israele. Israele ha messo a disposizione cinque prefabbricati: si spera possa essere un segnale positivo nelle relazioni tra i due governi. “Altri tre aerei carichi di aiuti arriveranno in Turchia nei prossimi due giorni”, ha reso noto una fonte all’ambasciata israeliana ad Ankara.

Oltre al freddo, infatti, l’emergenza è per la mancanza di cibo e acqua, che ha già provocato i primi casi di dissenteria e malattie respiratorie.

Ma a fare da padrone sono le polemiche per il ritardo nella distribuzione degli aiuti, nonostante il massiccio invio di aiuti umanitari in tutta la provincia turca.

Molti sopravvissuti al terremoto sono ancora alla ricerca disperata di tende e generi alimentari, mentre si teme che la gente possa morire a causa delle temperature in forte diminuzione.

Qualcuno ha scelto di disertare i campi profughi allestiti dalla Mezzaluna rossa, perché ritenuti  insufficienti per quanto riguardano i bisogni di ogni prima necessità, preferendo tornare a casa propria, nonostante l’avvertimento che le scosse di assestamento potrebbero essere fatali per le strutture ancora in piedi.

Le scosse, infatti, non si sono ancora arrestate: ieri si è registrata una nuova forte scossa nel Sud-Est della Turchia, al confine con l’Iraq. La scossa, di magnitudo 5,4 sulla scala Richter, non ha provocato danni o vittime ma la paura è ancora tanta.

“Qui si stanno ammalando tutti. Abbiamo aspettato in coda quattro giorni e ancora nulla. Quando è arrivato il nostro turno ci hanno detto che era tutto finito”, ha raccontato Fetih Zengin, 38 anni,   proveniente dalla città di Ercis, la più colpita dal terremoto di domenica. “Dormiamo sotto un pezzo di plastica che abbiamo issato su alcune tavole di legno. Abbiamo 10 bambini nella nostra famiglia, si stanno ammalando. Tutti hanno bisogno di una tenda, fa freddo, c’è la neve. E’ un disastro”.

Nei giorni scorsi diversi camion della Mezzaluna Rossa colmi di aiuti destinati alle vittime, sono stati saccheggiati da sconosciuti. “Sono saccheggiatori che si presentano ogni volta che c’è un terremoto. Sono arrivati anche qui”, ha riferito Ahmet Lutfi Aker direttore dell’organizzazione umanitaria turca.

“Non avevo scelta”, ha spiegato poi un saccheggiatore al Haaretz, “sono venuto due giorni fa dal mio villaggio per portare cibo alla mia famiglia ed ho aspettato ore ed ore per prendere qualcosa; alla fine non mi hanno dato niente ed ho deciso di assaltare il camion”.

“Perdonateci maestri!” titolava giorni fa il quotidiano Radikal. Una delle categorie professionali più colpite dal sisma è stata infatti quella degli insegnanti: 48 morti, di cui 40 quelli rimasti sotto le macerie di scuole costruite senza rispettare le principali norme anti-sismiche. La promessa del governo è quella di demolire gli edifici pericolosi e ricostruirne a sue spese nuovi edifici, solidi e antisismici.

Ma ormai la gente, disperata e disillusa, alle prese col freddo e la fame, non riesce a crederci.

Sabrina Brandone