BERGAMO, 20 OTTOBRE – Nuova svolta nel caso per l’omicidio della piccola Yara Gambirasio. La tredicenne fu uccisa un anno fa e sinora gli inquirenti non avevano saputo trovare un colpevole per questo delitto.

Ora le cose appaiono diverse. Nel mirino delle autorità tre uomini: si tratta delle uniche tre persone che la sera della scomparsa della ragazzina di Brembate, il 26 novembre 2010, si trovavano nel cantiere di Mapello: il custode, il piastrellista marocchino Mohamed Fikri e Roberto Benozzo, il datore di lavoro.

Sin da subito il luogo era stato oggetto di indagini in quanto gli inquirenti erano condotti al cantiere dai cani molecolari, poi la certezza che la ragazzina era stata deportata al cantiere arriva dai risultati autoptici, che hanno rilevato pulviscolo di cemento nei polmoni di Yara, inoltre le ferite inferte alla tredicenne di Brembate sono compatibili con una taglierina da piastrellista. Proprio l’anatomopatologa conferma l’arma del delitto e non ha alcun dubbio in quanto ha rilevato su tutte le ferite residuati di piastrelle quando vengono ripulite con la taglierina, quindi l’arma può essere solo un arnese da piastrellista.

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Ad aggiungersi a queste prove un misterioso furgone bianco imbarcato con Fikri sul traghetto per la Tunisia, poi sparito. Fikri, dapprima arrestato e creduto unico responsabile a causa di una intercettazione mal tradotta, era stato rilasciato poi con doverose scuse.

A questo punto si fanno spazio le domande, i dubbi e le incertezze che affollano la mente degli investigatori, sull’assassino, sulla piccola vittima, sui motivi, ma anche sul loro operato e sulla gente. “Possibile – si chiedono gli inquirenti – che nessuno abbia visto o sentito niente, se Yara è transitata da lì prima di venire uccisa?” domande alle quali presto, almeno si spera, si sapranno dare certe e sicure risposte.

Alessandra Scarciglia