ROMA, 18 OTTOBRE – Gli attacchi avvengono dopo il primo blitz, quello del supermercato Elite. I caschi neri,  all’altezza di via dei Serpenti, cercano di «spezzare» in due il corteo. Parte una carica della polizia, i teppisti rispondono lanciando bombe carta, sassi, bottiglie. Altri sfasciano alcune vetrine. Altri ancora entrano in un albergo sperando di trovare una via di uscita laterale che li portasse verso il centro di Roma, in prossimità di quelle sedi istituzionali che rimangono comunque l’obiettivo primario degli insorti. Rispediti indietro dalle forze delle ordine si mescolano tra la folla.

Passano una ventina di minuti prima che si riesca a riportare la calma. Ma intanto un gruppo è già arrivato fino al Colosseo e ha cominciato un nuovo assalto. La polizia non ha risposto subito al nuovo attacco, non si voleva correre il rischio di coinvolgere tutti gli altri manifestanti, ad alta concentrazione in quella zona. Si preferisce attendere che il «nucleo» arrivi più avanti, dopo aver superato la strettoia. Un calcolo che però si rivela sbagliato. Perché quelli che si erano dispersi nel corteo si sono ormai ricompattati e marciano in direzione San Giovanni.

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Il gruppo diviene più folto e si scatena una vera e propria guerriglia, una guerriglia urbana contro carabinieri, poliziotti, finanzieri in tenuta anti-sommossa.  Una battaglia, una vera e propria battaglia che nonostante le previsioni, ha coinvolto i manifestanti pacifisti, ma soprattutto l’opinione pubblica, che nella maggior parte dei casi è finita col generalizzare, mettendo tutti in un calderone, con le stesse idee anti-politiche e antipacifiste, ma soprattutto sprecando il critico lavoro di tutti quei ragazzi che in quest’evento ci avevano creduto.

Violenza e scontri, idee bruciate insieme alle auto, per gli indignati di Roma che insieme alle fiamme hanno visto andare in fumo speranze e libertà, non solo per la vera guerriglia, ma per la consapevolezza che tutto era stato organizzato.

Alessandra Scarciglia