ROMA, 18 MAGGIO – La storia delle inchieste giudiziarie in Italia sta per cambiare. Arriva infatti il primo si al Senato, in Commissione giustizia, alla legge bavaglio. Uno strumento fondamentale d’indagine come le intercettazioni non sarà più quello di prima.

In una seduta notturna del lunedì, giorno in cui di solito le aule sono vuote, è passata la totale riscrittura dell’articolo 266 del codice di procedura penale. Quello che stabilisce cosa deve fare un pm, cosa deve fare il giudice, quanto può durare un ascolto, quali sono le condizioni per disporlo. Se l’aula del Senato e poi la Camera in terza lettura, dovessero confermare le nuove norme imposte dal governo, accanto ai “gravi indizi” il pm dovrà contare su “specifici atti di indagine” che provino la responsabilità dell’indagato o delle altre persone che si vogliono controllare.

[ad#Juice 120 x 600][ad#Juice Overlay] Come hanno denunciato tutti i più noti magistrati, il riferimento all’articolo 192 dello stesso codice, quello che disciplina la valutazione della prova, comporterà per il pm l’onere di ottenere le pezze d’appoggio contro l’indagato ancora prima di richiedere l’intercettazione dalla quale, invece, dovrebbe venire lo stesso materiale di prova. Ma non basta. Ecco il colpo per tabulati e microspie. Per gli uni e le altre varranno le stesse regole rigide. Niente tabulati, cioè una documentazione che non certo viola la privacy come le intercettazioni pubblicate sui giornali, senza prove preventive. E niente cimici, a meno che il pm non sia certo che proprio in quel luogo non si stia commettendo o non si commetterà un reato.

In pratica, gli strumenti che di solito servono per scoprire un reato potranno essere usati solo se già si sa che quel reato avverrà o che stia avvenendo. Ma allora che motivo c’è di fare le stesse intercettazioni, di mettere un cimice o di richiedere un tabulato?

A queste si aggiungono altre due zeppe: la durata “breve” e la necessità di rivolgersi non più al solo gip, che magari stava al piano di sotto nello stesso palazzo, ma al tribunale collegiale del capoluogo di distretto. Come ha denunciato l’Anm, una scelta incomprensibile e destabilizzante. Gli ascolti, che oggi possono essere prorogati finché è necessario alle indagini, non potranno superare i 75 giorni, 30 per la prima fase, poi di 15 in 15 giorni con continue richieste di conferma. Ogni volta il pm dovrà mandare le carte ai tre giudici che, per scritto, dovranno confermare il lasciapassare motivandone di loro pugno l’effettiva necessità.

Se praticamente al 75° giorno si sente un intercettato dire che tra una settimana avrà luogo un omicidio le intercettazioni dovranno comunque essere bloccate. Una vera e propria nefandezza di cui non si capisce il senso.

L’opposizione ha cercato di fermare l’approvazione di questa indifendibile legge vergogna. Vi sono stati momenti di alta tensione, come quando Li Gotti (Idv) ha gridato a Caliendo (Pdl): “Lei è davvero ignorante. Se non conosce il codice se lo vada a studiare”. I due litigavano sul rapporto tra gli articoli 266 (intercettazioni) e 295 (ricerca dei latitanti) del codice. Per Li Gotti, cambiato il primo bisogna sistemare il secondo, e c’è il rischio che non si possano più disporre ascolti contro i latitanti. Il secondo la pensava all’opposto. E proprio sulla mafia, che secondo le toghe non potrà più essere investigata come prima dopo la riforma. Intanto Daniela Santanchè, non nuova a “sparate” estemporanee e assolutamente senza senso, ha sostenuto a Mattino5 che registrare i colloqui tra i boss e i loro familiari significa violarne la privacy. La Ferranti (pd) chiede al governo di “prendere le distanze”. Palazzo Chigi però è chiuso in un silenzio tombale.

Insomma, proprio nei giorni in cui vengono alla luce quotidianamente episodi di corruzione che fanno dire agli addetti ai lavori che siamo in presenza di nuova tangentopoli, il governo di fatto svuota di senso uno strumento d’indagine fondamentale. Con questa legge vergogna anche le indagini per mafia saranno compromesse. Infatti, molto spesso queste partono sulla scia di reati che inizialmente possono sembrare non ascrivibili tra quelli appunto, per mafia.

Una domanda è obbligatoria. Questa legge a chi serve? Serve effettivamente a proteggere la privacy dei comuni cittadini?

In realtà si tratta di una legge che dal punto di vista pratico produrrà una sorta di scudo che metterà al riparo quei colletti bianchi e quelle organizzazioni criminali che hanno fatto dell’illegalità il loro segno distintivo.

Proprio quando si chiedeva al governo un segno, visti i gravi casi d’illegalità che vengono alla luce ogni giorno, la maggioranza di centro-destra ce lo ha dato. Peccato che va in direzione completamente opposta rispetto a quella desiderata da coloro che svolgono onestamente i propri compiti.

Simone Luca Reale

[ad#Juice 300 x 250] [ad#Cpx 300 x 250]