BOLOGNA, 9 APR. – Ieri mattina, il telefono di Mirco Divani è squillato a vuoto due volte, ma alla terza ha risposto e, dopo qualche esitazione, ha deciso di raccontare di come un uomo in carriera, brillante e amico di tutti (potenti compresi) possa trasformarsi «in un depresso».

Divani racconta il suo sgomento di fronte all’accusa di corruzione che i giudici hanno mosso contro di lui, dicendo peraltro che è venuto a conoscenza della stessa tramite i giornali. “Una vera e propria sorpresa” – la definisce – , aggiungendo, “quando Delbono fece il mio nome, la Digos mi ascoltò e poi venni convocato in Procura, ma l’audizione saltò non per mia volontà. Da allora non ero stato più chiamato”.

“Dando quel bancomat a DelBono ho solo fatto un piacere a un amico, ma col senno di poi, non lo rifarei più perché quello stesso piacere mi ha rovinato la vita”, dichiara Divani.

“Questa storia ha demolito me e la mia impresa. Ho dei dipendenti da pagare e nuovi incarichi faticano ad arrivare. Sto cercando di tenere in piedi la baracca con grande fatica. Avrei bisogno che il Cup finisse di pagarmi. Non so quanto potrò reggere”.

L’uomo del bancomat, l’appellativo con cui Divani viene costantemente deriso, dice di essere una persona depressa che legge costantemente negli occhi della gente, un altro appellativo di cui teme faticherà a liberarsi. Quello di “delinquente”.

Simone Luca Reale