BOLOGNA, 10 FEBB. – Il suo successo di scrittore è nato dal pubblico, quando i ragazzi dei licei romani cominciarono a fotocopiare le pagine del primo e allora sconosciuto romanzo “Tre metri sopra il cielo” dando vita ad un passaparola destinato a produrre un autentico fenomeno letterario. Poi sono arrivate le edizioni patinate, le traduzioni in lingua straniera e la diffusione in tutti i continenti. Nuovi libri, ed il passaggio quasi spontaneo dietro la macchina da presa, figlio d’arte di Pipolo, capace di ripetere in tempo reale lo straordinario successo editoriale anche sul grande schermo. Lanciando i giovani Riccardo Scamarcio, Laura Chiatti, Michela Quattrociocche e Veronica Olivier, o consacrando definitivamente il mito italiano di Raoul Bova. Oggi, Federico Moccia è un fenomeno da oltre 700.000 copie vendute a libro e 15 milioni di euro al botteghino a film. In settimana, esce nelle sale italiane l’atteso “Scusa ma ti voglio sposare”, ma soprattutto in settimana sposa il proprio marchio AMORI – una griffe che spazia dall’abbigliamento giovanile, a gioielli e profumi – alla Fortitudo Pallacanestro, diventandone main sponsor. E, per il futuro, aprendo a sinergie ancora maggiori. Da scoprire insieme alle motivazioni che l’hanno portato in pochi mesi a entrare nel mondo dello sport, dapprima salendo a bordo di una barca a vela, quindi salendo sulla barca della Fortitudo.

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Federico Moccia, com’è nata la decisione di entrare nel mondo dello sport? “Lo sport ha in sé tutto quello che accade nei miei libri: emozione, sentimento, passione. L’amore è molto vicino al rapporto che un individuo sviluppa per se stesso quando fa sport: dalla ricerca dell’armonia, all’equilibrio tra mente e corpo, al provare divertimento attraverso il sacrificio. Mi piaceva l’idea che il marchio Amori potesse portare avanti la propria filosofia anche all’interno delle competizioni sportive”. Il primo passo è venuto dalla vela. “E’ un rapporto molto profondo, quello che da sempre mi lega al mare. Quando si è presentata l’opportunità di partecipare ad una competizione importante quale la Barcolana di Trieste, ho accettato immediatamente. E’ stato un sogno, poter affermare un concetto facendo ciò che mi piaceva, e in più il 5° posto finale è stato entusiasmante. Il mare e la barca a vela sono stati il modo migliore per cominciare, e da lì si è sviluppato in me il desiderio di trasmettere qualcosa ai giovani anche attraverso sport diversi: cercare di mettere lo spirito, la forza e l’energia che scaturiscono dallo sport al servizio di qualcosa di costruttivo e non certo della violenza”.

Come vorrebbe narrare lo sport Federico Moccia? “Il mio concetto di sport è quello di un atteggiamento positivo, che pure non prescinde dalla competizione: quello degli stadi inglesi in cui si è riusciti a portare la correttezza al posto delle invasioni di campo e degli scontri, o ancor più quello del rugby dove le partite sono vissute come una festa da vivere insieme. La filosofia che fa da sfondo ai miei libri vuole essere quella di una normalità e positività che pure sono sempre difficili da raggiungere: è così che interpreto anche lo sport, e che spero di poter contribuire a diffonderne lo spirito attraverso il marchio Amori”.

Comprendere lo sport presuppone spesso una conoscenza diretta. “Fare sport mi è sempre piaciuto, anche nelle discipline più disparate. Ricordo anni fa un corso di deltaplano, così come uno di canoa, spinto dal desiderio di entrare in contatto con la natura per poterla conoscere e comprendere. E poi basket, tennis, calciotto, full contact… Da ciascuna disciplina si può apprendere, mi ha sempre affascinato la filosofia mentale insita nello sport. Ad esempio, lo studio dell’avversario nelle arti marziali, per comprenderne forza e debolezza, col fine di riuscire ad aumentare e diminuire le proprie”.

Qual è il legame più grande col basket giocato? “Il canestro da lontano, quell’emozione che riusciva sempre a sorprenderti di fronte al risultato positivo. Il mio basket era quello giocato con gli amici a 13-14 anni a Villa Pacis, o più tardi nella squadra del liceo. Ne ricordo il divertimento, un modo diverso di fare sport rispetto al calcio, troppo violento ad esempio per gli interventi sulle gambe, mentre nel basket pur essendoci fisicità si restava sempre nell’ambito di un divertimento più sereno”.

Come appare oggi il basket, nel momento di entrarci? “Uno sport rimasto sano per quanto sempre molto competitivo, nel quale tutto si basa sul gioco di squadra. Per questo si sposa bene con la linea di Amori, che vuole porre sempre al centro il concetto di team. E sottolineare l’importanza del gruppo, fondamentale per emergere dalle situazioni di maggiore difficoltà. E’ stringendosi nel gruppo che nasce la forza per riprendersi, migliorare, e infine vincere”.

Appare quasi scontato domandare: perché la Fortitudo? “La storia della Fortitudo è particolare e mi piace. E’ qualcosa che resta a sé, per l’importanza della propria tradizione e del proprio vissuto, dal lungo cammino per arrivare in alto, al periodo degli scudetti e delle finali, ai problemi degli ultimi anni che hanno portato a dover ripartire da zero. Ma rimanendo sempre una realtà molto sentita e partecipata dalla propria gente, per non dire ancora di più proprio nel momento più difficile. E’ la squadra per la quale provo la simpatia più spontanea e naturale. E, ora che si è presentata l’opportunità di entrare in questo ambiente, mi piace l’idea di cimentarmi con una sfida difficile da conquistare, quella stessa che sta vivendo la Fortitudo”.

[ad#Redazione 200 x 200] Una squadra nata dalla scelta di rimanere dei suoi protagonisti e di 3.715 abbonati. “Quello che è accaduto dopo l’estate alla Fortitudo è paragonabile solo ai film cult americani sullo sport, penso al Kevin Costner che interpreta un grande campione di baseball capace di rimettersi in gioco e di raggiungere l’exploit più grande (il titolo italiano è “Gioco d’Amore”, rende certamente di più l’originale “For the love of the game”, nda). Nell’entrare in Fortitudo, il mio sogno è quello di provare a raggiungere insieme questo grande risultato finale. Ma dico anche che la manifestazione fornita dai protagonisti della squadra e dai tifosi con le loro scelte rappresenta già il vero successo. La Fortitudo è riuscita a mettere davanti a tutto i propri valori, quelli sportivi del gruppo e gli ideali della propria gente. Il non essersi arresti di fronte alla discesa, non accettando la sconfitta ma trovando la forza di ripartire, è qualcosa che va oltre la pallacanestro”.

Lei sembra sentirsi molto vicino a questo modo di pensare, di essere. “Forse perché mi riporta a ricordi di tanti anni fa, quando insieme a mio padre seguivo la Lazio degli ultimi spareggi per non andare in Serie B, eravamo stratifosi e non esitammo a seguire la squadra anche in trasferta per le partite decisive come a Napoli, vivendo fino in fondo quelle emozioni sul filo del rasoio. Del mio essere tifoso, sono proprio quei giorni di difficoltà quelli che ricordo con più affetto, forse un giorno si potrà ricordare allo stesso modo quello che è avvenuto in Fortitudo”.

Se lo scrittore costruisce la squadra, il regista deve metterla in campo gestendo il rapporto con gli attori… “Nel cinema, la grande differenza rispetto all’evento sportivo è che c’è la possibilità di fermarsi, girare di nuovo una scena. E, terminato il lavoro degli attori sul set, quello del regista prosegue in sala di montaggio fino a produrre il risultato finale, i tempi sono più lunghi e dilatati. Guardando invece ad una stagione sportiva fatta non solo di partite ma di lavoro quotidiano, è proprio il regista che deve tenere in mano le fila, far rendere i singoli ma soprattutto dare armonia al gruppo. E, alla fine, tanto più sarà riuscito ad esprimere e trasmettere a chi ha vicino quello che ha dentro, tanto migliore sarà il risultato finale”.

Fortitudo.it

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