COSENZA 09 FEBB – L’operazione denominata “Cerbero”, coordinata dalla Procura della Repubblica presso il Trbunale di Castrovillari (Cosenza), ha portato alle ordinanze di custodia cautelare in carcere, a carico di 14 persone tra italiani, albanesi e rumeni, con l’accusa di sfruttamento della prostituzione. L’esecuzione dei provvedimenti vede impegnati il Commissariato di Polizia di Castrovillari e la Polizia Stradale di Frascineto.

[ad#Adsense 200 x 200 Notizie]Gli inquirenti hanno appurato che l’organizzazione criminale, che operava nelle zone di Sibari e nel comprensorio del Pollino, sottoponeva le vittime a controlli severi costringendo le donne in una condizione di schiavitù. Sono emersi svariati casi di violenza: oltre ad obbligare le donne incinte ad abortire o a continuare ad avere rapporti nonostante la gravidanza, è stato accertato un tentativo di sequestro di una prostituta rumena residente a Bologna, con l’intento di costringerla a “esercitare” in Calabria. La violenta indole degli sfruttatori, tuttavia, si manifestava anche tra gli stessi complici, sfociando spesso in scontri tra i gruppi di etnìa diversa.

Ulteriori approfondimenti effettuati nella Sibaritide hanno rivelato che in quella zona specifica le cosche locali, in cambio di armi e droga, favoreggiano il mercato della prostituzione gestito dalla mafia albanese, che sfrutta donne dell’Est Europa. E’ evidente che, anche in assenza delle prove di un collegamento diretto tra le cosche e l’organizzazione dedita allo sfruttamento, esiste un tacito accordo.

I racconti delle vittime narrano di allettanti promesse di un lavoro decoroso nel Bel Paese, e della brutta sorpresa all’arrivo a Crotone. Una di loro è stata ripetutamente violentata da un suo connazionale, che l’ha tenuta prigioniera per anni e che l’ha costretta a cinque aborti. «Io non volevo – racconta la giovane – ma lui mi minacciava con un coltello, mi feriva ai piedi, poggiava la lama e tagliava». Torture di cui la donna reca ancora i segni sulle gambe, assieme a cicatrici da bruciature di sigaretta.

Mara Monfregola