BOLOGNA, 5 FEB. Ora è davvero ufficiale: Bologna non voterà a marzo. Maroni, dunque, tarpa definitivamente le ali ad una città che, dopo un anno economicamente e politicamente difficile, aveva una gran voglia di “ripartire”.

Le dichiarazioni del Ministro dell’Interno irritano, peraltro, il segretario del PD Pierluigi Bersani e lo stesso Flavio Delbono, dapprima proprio dal Viminale costretto a lasciare frettolosamente per consentire alla città di recarsi alle urne a marzo, e poi incolpato del fallito election day.

Non è così peregrino pensare che, col senno di poi, il “buon Flavio” sarebbe rimasto in sella. D’altronde, in queste ore pare avere pensato e ripensato alla possibilità di revocare le sue dimissioni, salvo poi resistere alla tentazione.

Ora tocca al Parlamento giocare la sua carta. In tal senso, il deputato del PD Vassallo ha elaborato un emendamento al decreto sugli enti locali, che consentirebbe di utilizzare una data tra il 15 aprile e il 15 giugno per andare alle urne. Sul punto conviene Fabio Garagnani, coordinatore cittadino del PDL, ma nel centrodestra sembrano ad un tratto aver riscoperto quell’ossequio per la legalità, dimenticato quando si trattava di derogare alla Costituzione approvando leggi in materia di Giustizia: “La legge parla di una sola finestra elettorale e le leggi vanno rispettate”, ruggisce Berselli. Mentre Giuliano Cazzola arriva addirittura a sdrammatizzare l’ipotesi di un lungo commissariamento.

Insomma, la scena politica bolognese somiglia sempre di più all’incendio del Reichstag ordinato da Hitler per accusare del fatto i comunisti: sia il PD sia il PDL hanno fatto il possibile al fine di far dimettere Delbono, esprimendo all’opinione pubblica la volontà di recarsi immediatamente al voto. Of course. Peccato però che entrambi i partiti si siano poi adoperati per sabotare l’election day, incolpandosi reciprocamente per l’onta del commissariamento.

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La verità, come spesso accade, si nasconde sotto le righe. Guarda caso nel centrodestra a frenare sin’ora sono stati proprio Berselli e Raisi, i quali contano sui prossimi mesi per vincere quella battaglia interna, che consenta loro di ottenere la candidatura a sindaco di Bologna. In un momento, peraltro, mai così vantaggioso. Dall’altra parte il PD ha bisogno di tempo per riorganizzarsi ed evitare una candidatura troppo “forte”, che l’eventualità di elezioni anticipate in un contesto così disastrato giocoforza imporrebbe. Infatti, cominciano a moltiplicarsi gli appelli all’ex Presidente del Consiglio, affinché si candidi. Egli, però, potente e “sopportato” dall’establishment democratico bolognese, declina e ringrazia. D’altronde sarebbe curioso vedere Prodi scendere in campo nella città reduce dal fallimento del suo “pupillo” Delbono. Ovvero dal “cattolico adulto” al “cattolico adultero”, andata e ritorno.

Antonio Del Prete

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